sabato 31 ottobre 2009

Il discorso dominante e le briciole di pane lungo il cammino

Di Mario Rosaldo

Per molti è assurdo l’impegno di avere un atteggiamento critico verso la vita; a loro parere non c’è nulla di meglio che prendere le cose come vengono, giacché è inutile anche pensare che la realtà può essere cambiata. Tuttavia, ci sono anche persone che hanno un punto di vista completamente opposto. In altre parole, queste persone sono convinte che la realtà non esiste di per sé, ma piuttosto grazie alla partecipazione propositiva dell’individuo; é lui che la costruisce con la sua attività quotidiana, fisica e mentale. Posti davanti queste critiche, i primi sostengono che ogni persona è libera di pensare secondo la sua credenza, che la realtà comunque finisce sempre per imporsi e, per questa causa, non resta niente da fare salvo adattarsi a lei. In questo gruppo sono quelli che hanno sparso l’idea del pluralismo come una relazione equilibrata delle forze del pensiero: in questo tipo di dibattito pluralistico tutti hanno diritto di dire il suo avviso a condizione di non aspirare ad essere migliore rispetto ad altri, a condizione di non insistere per avere la raggione propria rispetto alla realtà, a condizione di non rompere l’ordine imposto dal liberalismo e dal socialismo riformista (presunte non-ideologie). In questa maniera, il pluralismo ufficiale distrugge le contraddizioni nel discorso ed apre illusoriamente un presente ed un futuro di tolleranza; ma in realtà tutto rimane lo stesso: questo tipo di pluralismo non è sufficiente visto che non riusce ad includere la critica radicale, la quale non si contenta con le soluzioni apparenti, la quale insiste sull’effettiva trasformazione della realtà stessa. Questi ultimi quindi denunciano quel pluralismo come una cortina di fumo che occulta la verità, vale a dire, che la società contemporanea si costruisce ancora sulle contraddizioni di classe e, pertanto, sulle contraddizioni del pensiero di sinistra e di destra: che il pluralismo non può essere fondato sull’esclusione dei radicali, nemmeno sotto il pretesto di tolerare solo il punto di vista razionale, empirico o scientifico, giacchè questo approccio è discutibile in particolare tra coloro che si sono autonominati pluralistici.

Modificare o accettare la realtà è un problema che si presenta allora sotto forma di un discorso di sinistra o di destra, non semplicemente come un qualsiasi discorso, ma soprattutto come un discorso sociale, vale a dire, economico e politico. Questo problema è proprio il conflitto che ogni individuo affronta dalla sua prima infanzia; non è un puro conflitto sessuale, come osservava Freud, ma un vero conflitto sociale (Certo è che il sesso può diventare quello che lo stesso Freud considerava come una fissazione, a causa della repressione del discorso dominante). Cioè, il bambino inquisitore scopre presto la differenza tra il discorso del padre, o della madre, e la realtà che lui stesso può vedere direttamente. Il linguaggio socializzante non impedisce che il bambino si ponga vere domande sulla realtà, che lui costruisca il mondo e la vita, non solamente dal limitato vocabolario familiare e sociale che ha ricevuto fino a quel momento, ma anche dalle proprie percezione oggettivate attraverso una lingua propria, che può essere il disegno o la semplice manipolazione del linguaggio orale. Questo linguaggio socializzante, che viene al bambino da diversi fonti, è parte di un discorso del quale anche i genitori non sono pienamente consapevoli. Ê un discorso storicamente dominante che si presenta come la realtà stessa, ma che non riesce a sostituirla, anche se cerca di farlo. Tuttavia, il discorso dominante riesce ad imporsi e dunque scoraggia ogni discussione. Nell'infanzia, l'età del perchè è il risultato di una naturale curiosità dei bambini, ma quella si vede soffocata dal discorso prevalenti che si trasmette attraverso la famiglia come la prima rappresentante dello Stato e la Religione. Invece di incoraggiare questa curiosità, la si domina e neutralizza, la si fa entrare nelli canali del discorso stabilito. Anni dopo, paradossicamente, questo stesso discorso propone agli adolescenti e agli adulti di sviluppare un interesse per la lettura o per la ricerca, quando la base interrogativa e spregiudicata è rimasta troppo tempo nell'oblio. Fortunatamente, almeno per alcuni di noi, l'oggettivazione frammentata della nostra esperienza infantile e adolescente risulta essere una scia di ricordi o di briciole di pane la quale, come la storia dei fratelli Grimm, ci permette di ricostruire il percorso che conduce di nouvo a quel primo momento del nostro risveglio razionale ed empirico.

Se traduciamo questo in termini del discorso architettonico, si può comprendere quale ruolo hanno svolto i libri come Vers une architecture di Le Corbusier, Complessità e contraddizione in architettura di Robert Venturi, Il linguaggio dell'architettura postmoderna di Charles Jencks, o New York delirante di Rem Koolhaas. In ogni caso, si tratta del confronto del discorso dominante contro un altro che aspira a sostituirlo. Mentre Le Corbusier si propone di restituire all'architetto il ruolo privilegiato, come artista e tecnico, con un discorso che accetta i nuovi tempi a condizione che non si perda il meglio delle epoche passate, vale a dire, lo spirito artistico, Venturi tenta di convincerci che l'arte non può essere spogliata della tradizione, della cultura storica, e che il ruolo dell'architetto è recuperarla per fonderla nella modernità, ricorrendo ad un discorso che, sebbene sia conservatore, si presenta come innovatore nella forma. Allo stesso modo, Jencks adotta il discorso per rivelare al mondo che il linguaggio moderno (il linguaggio della rottura) ha cessato di esserelo da qualche tempo, che non è più convincente anche all'interno del ridotto cerchio dei suoi seguaci; il vecchio discorso dominante quindi non ha rivali e può si trasformare in un "nuovo" discorso molto meno sfidante e radicale del moderno. Un'altra fase del confronto tra il discorso dominante e i sui critici si trova in Koolhaas e il suo studio sull'empirismo metropolitano di Manhattan; il refiuto alla critica, intesa come teoricismo o come intellettualismo, o peggio ancora come paranoia, è anche un rifiuto a considerare la tradizione come un semplice discorso. Koolhaas preferisce credere che la costruzione dei vecchi grattacieli di New York derivava soltanto dalle esigenze pratiche o economiche, non filosofiche, teoriche, retoriche né metafisiche. Dimentica che ogni individuo impara e si comunica attraverso il linguaggio, che quest'ultimo non è mai escluso del discorso politico né del discorso religioso. Il fatto che l'ingegnere e l'operaio non capiscano che i suoi azioni e pensieri sono regolate da un discorso dominante (leggi, codici, morale, ecc.), non significa che tale discorso non intervenga al momento di sviluppare un progetto. L'atteggiamento stesso di prescindere dalla teoria architettonica dimostra il dominio di un discorso pragmatico, non l'assenza di esso. Gli Architetti, come i bambini, possono essere inquisitori o non esserlo, possono adattarsi al discorso dominante o preferiscono oggettivare un contro-discorso, una contro-argomentazione, una critica, questo dipenderà dal modo in cui gli architetti abbiano affrontato il conflitto iniziale e il risveglio della loro conoscenza empirica.

venerdì 17 aprile 2009

L'insufficienza del discorso nell'arte

DI MARIO ROSALDO

Quando Armando Plebe scrive, nel suo piccolo libro sull’espressionismo, che Hofmannsthal aveva già denunciato apertamente ai primi del secolo XX l'insufficienza del discorso con la frase "le parole mi si disfano nella bocca come funghi morbosi"*, non solo ci spiega che prima di questo movimento tedesco almeno un autore simbolista si aveva anticipato al grido ed alla liberazione dell'istinto, dell'inconscio, ma anche ci afferma che l'espressionismo aveva dato una forma particolare a quello che si sapeva già da molto tempo e non si discuteva ad alta voce. Plebe pone l’enfasi sul fatto che l’espressionismo non era un movimento artistico senza radici, senza storia. Comunque, il riferimento a Hofmannsthal, Freud, Husserl e, in generale, al contraste tra i simbolisti, gli impressionisti e gli espressionisti, suggerisce un approccio classico di tipo determinista chi cerca di spiegare le azioni e le idee individuali soprattutto come prodotti di un fenomeno storico-sociale. Secondo questo approccio, la realtà non è altro che una infinita catena di cause ed effetti la cui origine è essa stessa. Per questa ragione si può dire che Hofmannsthal apparteneva alla sua epoca, che egli era soltanto il portavoce di una generazione ed anche della aristocrazia del suo tempo, ma non si può spiegare perchè Hofmannsthal assumeva tale ruole e non qualsiasi altro autore. Fortunatamente, il detto approccio non ha bisogno di questa spiegazione, li basta sapere che Hofmannsthal difendeva una concezione aristocratica e decadente contro il trionfalismo della borghesia. In questo modo, Plebe insinua sempre una serie di relazioni senza mai fissare un punto di partenza. La realtà si rappresenta come un numero infinito de cerchi concentrici i quali si allontanano indefettibilmente dal storico e dal critico d'arte.

Essendo stato un espressionista, Walter Gropius pensava che le parole non potevano insegnare l'arte. Per lui si trattava di una questione puramente individuale, della capacità di disfarsi dei pregiudizi e di si mettere in contatto con l'inconscio, con quello che è stato represso. Il discorso intellettuale, soprattutto il discorso accademico, era lasciato alle spalle, per focalizzare l'atenzione sulla nuova visione. La nuova maniera di vedere il mondo e la vita parteva della liberazione interiore, spirituale, intuitiva e personale, ma anche della coscienza sociale, dell'idea che il lavoro di squadra ―il lavoro comunale― potrebbe far possibile l'equilibrio desiderato dei componenti umani, della parte materiale e la parte spirituale. La conseguente sottovalutazione della tradizione accademica, il rifiuto del suo punto di vista storico, faceva pensare ad alcuni progressisti che si era in presenza di una tendenza antistoricista. Eppure quello che si rifiutava non era la storia della civilizzazione occidentale in sé, era solo il punto di vista prevalentemente razionale. L'attuale stigmatizzazione da parte dello storicismo e del razionalismo comincia con questa conveniente confusione. La ragione e l'ordine rappresentavano il progresso, l'avanzamento della storia, pertanto un ostacolo come il Moderno, chi questionava lo schema evoluzionista, dovrebbe essere superato a tutti i costi. La paura di ritornare alle tappe precedenti porta i tradizionalisti e progressisti a deformare il pensiero architettonico moderno allo scopo di screditarlo. Il disprezzo per le parole era stato preso come il disprezzo per la civiltà stessa. Oggi scopriamo che almeno Walter Gropius e Bruno Taut non erano funzionalisti, nemmeno antistoricisti, che invece di screditare il Moderno quello che i soui critici hanno fatto è stato appropriarsi della sua eredità.


*Questa è la traduzione spagnola, in italiano abbiamo trovato almeno due forme di tradurre la frase di Hugo von Hofmannsthal, "... die abstrakten Worte, deren sich doch die Zunge naturgemäβ bedienen muβ, um irgendwelches Urtheil an den Tag zu geben, zerfielen mir im Munde wie modrige Pilze" (Lettera di Lord Chandos):

"le parole mi si sfacevano/sfarinavano nella bocca come funghi ammuffiti". Oppure: "le parole mi si sfarinavano in bocca come funghi marci".

Forse il traduttore spagnolo di Che cosa è l'espressionismo (Ángel Sánchez-Gijón) ha preferito "morbosi" ad "amuffiti" o "marci".